9 Maggio 2026

Sta crollando tutto! I collassi nella dimensione immortale dei social

Pablo Picasso, Nudo Blu, 1902.

Questo articolo è come il segnale del navigatore che vi avvisa che a 2 km da voi c’è un Autovelox : leggetelo attentamente.

Tutte le generazioni dalla X alla Z hanno ormai una vita digitale, ognuno di noi ha un’identità digitale; tuttavia, quello che pochi riescono a captare nel mare di post, commenti e storie di Instagram sono le differenze rispetto alla nostra vita ed identità reale.

Una delle maggiori differenze rispetto alla vita offline, è che nel nostro universo digitale non esistono i contesti, o meglio, sono deboli e crollano spesso. Quella figuraccia fatta alle scuole medie o quella gaf il primo giorno di lavoro, sono cose che le persone, i tuoi vecchi amici, o il tuo capo, con alta probabilità non ricordano più.

Ma la foto che hai postato nel 2015 o il commento lasciato sotto il post Facebook di quel politico è immortale. E nella nostra vita reale non siamo abituati a convivere con il concetto di immortalità, anzi, è tutto il contrario. Viviamo in una realtà veloce, volubile e mortale.

La realizzazione che nella dimensione digitale le cose funzionino al contrario però, è essenziale per avere consapevolezza e attenzione di come decidiamo di vivere.

Come si manifesta l’immortalità nel mondo social ?

Il primo esempio è il collasso dei contesti: a chi era destinato quel post?

Risale ai tempi di Goffman il termine maschera sociale (La vita quotidiana come rappresentazione,  Goffman 1959); ovvero il concetto secondo il quale ognuno di noi “indossa” una maschera diversa a seconda delle situazioni sociali: scuola, lavoro, aperitivo con amici, cena con la suocera e così via.

E non è una farsa che cela i veri noi, è un’inclinazione della nostra persona e identità alle norme comuni sociali. Se il concetto di “gioire” allo stadio ti concede di urlare e saltare, farlo in ufficio ti farà licenziare. Non stai venendo meno alla tua identità, ti stai adeguando ai contesti.

Nel tuo feed di Instagram o Facebook, però, le cose non funzionano così. Quella foto che era stata pensata per i tuoi amici la vedrà anche il tuo capo se ti segue o, se per caso, grazie all’algoritmo che collega amicizie in comune, gli è capitata nel feed.

Uno degli episodi più discussi fu quello di Justine Sacco nel 2013 (per un’analisi approfondita del caso rimando a Wired Magazine) . Justine era responsabile comunicazione dell’azienda americana Iac, licenziata mentre era in volo per il Sudafrica per un viaggio di piacere a causa di un tweet pubblicato poco prima del decollo, che diceva:

Vado in Africa, spero di non beccarmi l’AIDS. Scherzo, sono bianca !

Che la battuta sia di gusto discutibile, abbia risvolti problematici e sia stata condannata come matrice di un’ignoranza privilegiata, è una discussione più che lecita da avere.

Che una persona possa perdere il lavoro e subire odio online per anni senza riuscire a recuperare la carriera, è un risvolto che la sola immortalità social ci ha donato.

Il tweet è stato letto sicuramente dagli amici di Justine, ma anche da tutto il mondo, all’atterraggio l’ hashtag #JustineSacco è diventato il primo al mondo e Justine era stata già licenziata.

Questo è solo uno dei molteplici casi in cui il lavoro e la vita privata sono crollati, perché il contesto è collassato. Pensavi di stare al bar con gli amici, ma il tuo capo, tua suocera e il tuo potenziale cliente ti stavano guardando.

Casi come quelli di Justine Sacco ci obbligano a riflettere su quanto sia importante essere consapevoli e attenti nel dipingere la nostra identità social.

Ma affinchè questo articolo sia esaustivo, non va dimenticato che il concetto di immortalità implica quello del tempo.

Il fantasma invisibile che dobbiamo riconoscere e, a volte, combattere.

La reperibilità costante dei dati nel mondo social porta anche a un collasso dei tempi: viviamo in un eterno presente. E questo, contrariamente al caso precedente, al giorno d’oggi è un aspetto discusso nei tribunali.

Nel 2014, la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha istituito il “diritto all’oblio” (RtbF) e da allora oltre 500.000 persone hanno presentato richieste ai motori di ricerca come Google per essere “deindicizzate” dai risultati di ricerca (Tirosh, 2017).

Uno dei casi più recenti è quello di Hurbain versus Belgio risalente al 4 luglio 2023 (per dettagli e specifiche del caso rimando a Homepage of European Court of Human rights)

Il caso riguarda Patrick Hurbain, editore del quotidiano belga Le Soir. Un tribunale belga gli ha ordinato di rendere anonimo un articolo online che riportava il nome completo di un individuo, G., responsabile di un incidente stradale mortale nel 1994.
G. aveva richiesto l’anonimizzazione invocando il “diritto all’oblio”, sostenendo che la continua disponibilità online del suo nome gli aveva arrecato danno. Va notato che G. aveva scontato due anni di carcere in seguito all’incidente e, al momento della richiesta, era completamente reinserito nella società. G. era allora un medico e temeva di essere licenziato per questo motivo o di perdere i suoi pazienti, parlando di una “morte professionale preannunciata” (Hurbain contro Belgio, 2023, par. 15). Hurbain ha impugnato la decisione, sostenendo una violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (libertà di espressione).

La discussione sul delicato equilibrio tra il nuovo diritto in campo e lo storico diritto alla libertà di espressione richiede uno spazio dedicato. Tuttavia casi come questo ci rendono doveroso come cittadini del mondo reale e virtuale di porci delle domande importanti, che hanno a che fare con il delicato equilibrio del nostro ecosistema democratico, sociale e umano.

Conclusioni: e ora che siamo a nudo, dove scappiamo?

Le affordances (caratteristiche strutturali) del mondo social non sono modificabili. Ma nutrire la nostra conoscenza sul mondo digitale in cui viviamo è la nostra arma per convivere con queste dimensioni serenamente.

Il sapere rende liberi, e in questo caso più che mai avere consapevolezza della realtà, con le sue nuove sfide, è essenziale per costruire un mondo più trasparente, ma al contempo, corretto e giusto per tutti noi.

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