Il convitato di pietra è la letteratura. Ciò di cui non si parla, quando si scrive di libri

A giudicare dai giornali degli ultimi mesi, si direbbe che la letteratura sia tornata al centro della vita pubblica italiana. Libri e scrittori hanno conquistato titoli, editoriali e discussioni televisive con una frequenza che potrebbe indurre qualche osservatore ingenuo a credere in un’improvvisa rinascita della cultura letteraria.

La prima grande battaglia ha riguardato I promessi sposi. Una bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei ne proponeva lo spostamento al quarto anno, perché un’opera tanto complessa sarebbe risultata poco adatta agli studenti del biennio. Si è aperto così un dibattito nel quale sono intervenuti docenti, romanzieri, giornalisti e opinionisti: chi difendeva a spada tratta l’intoccabilità di un classico come Manzoni, chi lo accusava di aver aizzato l’odio di generazioni di studenti nei confronti della letteratura col suo barboso romanzo. Dopo settimane di polemiche, la nuova versione delle Indicazioni ha riportato il romanzo al secondo anno.

È venuto poi il caso di “Più libri più liberi”, una delle principali fiere del mondo dell’editoria, che ha posto come condizione per partecipare alla prossima edizione la sottoscrizione, da parte dei partecipanti, di una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti. Subito ribattezzata “patentino antifascista”, la misura ha provocato accuse di censura, interventi politici e un nuovo profluvio di articoli, fino al passo indietro dell’Associazione italiana editori. Anche in questo caso si è parlato molto di libertà, antifascismo e pluralismo; assai meno di libri.

Nel frattempo, è arrivata la maturità, l’unico periodo dell’anno in cui i grandi mezzi d’informazione sembrano ricordarsi dell’esistenza della scuola. Come sempre, l’attesa si è concentrata sul toto-autori della prima prova.

È uscito Cesare Pavese, insieme a Vitaliano Brancati, e immediatamente è cominciato un altro processo: perché ancora due uomini? Perché non Elsa Morante, Goliarda Sapienza o Grazia Deledda, a cent’anni dal Nobel? Domande legittime, naturalmente. Ma mentre ci si accapigliava sull’autore che gli studenti avrebbero dovuto analizzare, pochi facevano notare che la traccia su Pavese è stata scelta da circa il 5% dei candidati. Il problema non è soltanto chi venga proposto, ma quanto spazio la letteratura occupi ormai nella formazione e nell’esperienza quotidiana dei ragazzi.

Infine, è arrivata la polemica dell’anno: il presunto litigio tra Michele Mari e Teresa Ciabatti sul pulmino che portava gli autori selezionati dal Premio Strega nelle periferie d’Italia, nato da alcune parole sgradevoli che lo scrittore avrebbe pronunciato sull’aspetto fisico di Michela Murgia. La stessa Ciabatti ha poi smentito l’esistenza di una lite furiosa; ma intanto il caso aveva travolto il Premio Strega, garantendogli un’attenzione mediatica straordinaria, conclusasi con la vittoria di Mari e dei suoi Convitati di pietra.

Dunque, la letteratura gode di ottima salute? Tutt’altro. In tutte queste discussioni il vero convitato di pietra è proprio la letteratura. Il libro interessa quando può diventare il pretesto per uno scontro politico, identitario o morale; lo scrittore quando offre materiale per il gossip; la scuola quando permette di indignarsi per una traccia d’esame. Molto meno interessano le opere, la loro complessità, il piacere e la fatica di leggerle, la lente che ci offrono per comprendere il mondo che abbiamo intorno.

Possiamo discutere per giorni se alla maturità sarebbe stato meglio proporre Deledda anziché Pavese. Ma quasi nessuno si strappa le vesti davanti al fatto che molti studenti, terminato l’esame, non leggeranno più un romanzo. Se un autore viene dimenticato, se le biblioteche si svuotano o se la lettura perde progressivamente il proprio spazio sociale, la notizia dura poco. Se invece, su un pulmino, uno scrittore sparla di un altro, apriti cielo. O, più precisamente: preparate i laptop.

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