Partire per l’università significa imparare a vivere lontano da casa, tra lavatrici incomprensibili, cucine condivise, frigoriferi contesi e una nuova forma di autonomia. Poi arriva il pacco da giù, e dentro uno scatolone torna tutto quello che sembrava di aver lasciato indietro.
Basta una nota isolata, un refrain dei Righeira affiorato chissà da dove, per far terminare questa torrida stagione. «L’estate sta finendo» è arrivata all’improvviso, come fanno certe canzoni che si riprendono il loro spazio proprio mentre la calura finalmente saluta, trascinandosi dietro le ardenti giornate estive e quella strana malinconia che arriva quando qualcosa, senza fare troppo rumore, sta per cambiare.
Qualche mia amichetta delle elementari ha sicuramente cantato questo motivetto in uno di quei festival di paese che si tengono d’inverno e che, nei posti di mare, sono quasi qualcosa di necessario. Ne sono sicura, anche se non so perché mi sia tornato in mente proprio adesso. So solo che questo ricordo confuso fa il paio con una certa malinconia, quella che settembre porta con sé anche quando non abbiamo nessuna intenzione di ammetterlo.
Perché a fine estate succede sempre qualcosa di strano: le giornate si accorciano, le persone cominciano a ripartire e alcune case, dopo essere rimaste aperte e rumorose per settimane, tornano improvvisamente a fare i conti con il silenzio.
A settembre infatti alcune le stazioni diventano un luogo mistico: ci sono valigie troppo grandi per chi le trascina, genitori che controllano per l’ultima volta il numero del vagone e il verso della poltrona e ragazzi che fanno finta di sapere esattamente dove stanno andando, anche quando stanno semplicemente cercando di convincere prima di tutto loro stessi.
È il momento dell’anno in cui molte famiglie scoprono che una camera che per anni è stata un ecosistema a sé stante può diventare all’improvviso uno spazio silenzioso, perché arriva il giorno in cui i figli partono per l’università, per un corso, per un lavoro, per una città che fino a ieri era soltanto un nome e un’ipotesi e dentro quelle valigie, insieme ai vestiti e ai libri, finiscono inevitabilmente anche una quantità di cose che nessuno aveva previsto.
Tra queste ci sono le aspettative, che forse sono le più ingombranti di tutte. Si parte convinti che basti cambiare città per diventare, nel giro di pochi giorni, persone nuove e adulte: più ordinate, più autonome, più responsabili, capaci di studiare con regolarità, fare la spesa con criterio, cucinare cose sane e, soprattutto, ricordarsi di stendere il bucato prima che cominci a sviluppare una vita propria, tra muffe, licheni e qualche forma di vita ancora da classificare.
Poi arriva la realtà, che fuori sede ha spesso la forma di una cucina condivisa, di un bagno che nessuno vuole pulire e di una teglia incrostata che occupa il lavello da parecchio tempo e con una certa ostinazione.
È lì che comincia davvero la vita lontano da casa, perché ci sono cose che nessun esame universitario insegna e che pure diventano fondamentali per la sopravvivenza quotidiana. La lavatrice, per esempio, osservata per anni come una pertinenza quasi naturale nella casa dei genitori, improvvisamente si trasforma in un apparecchio dalle funzioni misteriose, mentre il frigorifero diventa una piccola rappresentazione della politica internazionale, con ripiani che assumono confini precisi, territori da difendere strenuamente come il ripiano centrale e alimenti che scompaiono senza che nessuno sappia esattamente come sia potuto accadere.
Anche la cucina, naturalmente, presenta il suo conto. Il primo giorno si comprano verdure, legumi, cereali integrali, kefir e tutto ciò che dovrebbe testimoniare l’inizio di una vita nuova, sana e consapevole; qualche giorno dopo, la piramide alimentare ha già perso svariati pezzi e la cena finisce per essere una piadina consumata in piedi davanti al frigorifero, magari accompagnata da qualcosa che era stato comprato con ottime intenzioni ma che, nel frattempo, ha superato qualsiasi possibilità di recupero.
Ma poi un giorno arriva lui, il pacco da giù.
Lo si riconosce ancora prima di aprirlo, dal peso, dal nastro adesivo, dal modo in cui è stato riempito fino all’ultimo centimetro disponibile e da quella particolare sensazione che hanno gli scatoloni preparati da qualcuno che conosce perfettamente la fame e il gusto di chi è partito. Dentro ci sono i taralli, naturalmente, l’olio buono, il sugo, le conserve, i biscotti e le ferratelle e, a seconda della famiglia e del territorio da cui si proviene, salsiccia secca, soppressata, formaggi e quel caciocavallo che occupa uno spazio considerevole ma che nessuno si sognerebbe di lasciare a casa.
Il pacco da giù, però, non è soltanto un pacco di provviste. È una forma molto concreta di presenza, il modo più semplice che è stato inventato per dire a qualcuno che è lontano che continuiamo a pensare a lui. Non sempre siamo capaci di dire bene le cose importanti e qualche volta ci riesce meglio con una bottiglia d’olio avvolta nella carta di giornale, un barattolo di sugo preparato in casa o una fila di taralli sistemata con cura tra i vestiti.
Dentro quello scatolone, infatti, non ci sono soltanto provviste, ma le abitudini di casa, le tavole apparecchiate, le domeniche in cucina a preparare un pranzo da consumare con gli amici.
Ci sono dettagli e odori familiari e forse è per questo che l’apertura del pacco diventa quasi sempre un piccolo momento collettivo. I coinquilini, magari ancora alle prese con i nomi, gli orari e la difficile questione dei turni delle pulizie, si avvicinano incuriositi, qualcuno chiede cosa ci sia dentro e qualcun altro, senza troppe cerimonie, comincia ad assaggiare.
È una delle prime forme di comunità che nascono fuori casa, perché non servono grandi dichiarazioni per sentirsi improvvisamente meno estranei: qualche tarallo, un pezzo di formaggio e una tavola intorno alla quale sedersi possono fare molto più di quanto immaginiamo.
Forse diventare grandi significa anche questo: imparare a fare molte cose da soli senza convincersi che l’indipendenza consista nel non avere più bisogno di nessuno.
Significa imparare a stare lontani senza dimenticare i luoghi e le persone che ci hanno visto crescere, accettare gli errori, affrontare una lavatrice sbagliata, una stanza in disordine, i soldi che finiscono prima del previsto e quelle telefonate a casa che cominciano con un rassicurante «non ti preoccupare» proprio quando ci sarebbe parecchio di cui preoccuparsi.
Nessuno dovrebbe chiedere a chi parte di essere già pronto, perché il primo anno fuori sede serve soprattutto a imparare quello che nessun manuale può insegnare: a cavarsela, a sbagliare, a condividere gli spazi e le responsabilità, a scoprire che anche una città sconosciuta può diventare familiare e che, qualche volta, tornare a casa con una borsa piena di panni da lavare non è affatto una sconfitta.
Si parte pensando di dover imparare a fare tutto da soli. Poi, a metà ottobre, suona il campanello e davanti alla porta c’è uno scatolone che pesa più del necessario. Lo apri. Dentro trovi quello che avevi chiesto e, come sempre, parecchio di più. Perché a casa nessuno ha ancora imparato a spedire soltanto ciò che serve. Perché partire è una cosa che si impara abbastanza in fretta. Lasciare andare un figlio, evidentemente, un po’ meno.