Scorriamo il telefono e passiamo da un’immagine all’altra senza quasi accorgercene. Una fotografia di una vacanza, un video divertente, una pubblicità, una notizia, un’immagine di guerra, il video di un’aggressione ripreso con uno smartphone. Poi ancora un altro contenuto. Tutto può comparire nello stesso spazio e, soprattutto, con la stessa velocità.
È una delle trasformazioni più profonde introdotte dai social network nel nostro modo di guardare le immagini. Non incontriamo più necessariamente una fotografia all’interno di un contesto preciso, come una pagina di giornale, una mostra o un reportage. Spesso la incontriamo mentre stiamo semplicemente scorrendo uno schermo ed anche le immagini del dolore sono entrate in questo flusso.
Possiamo imbatterci nelle fotografie e nei video di una guerra, nelle immagini di persone coinvolte in incidenti o aggressioni, in scene di violenza riprese casualmente da un passante. Immagini reali, spesso difficili da guardare, che possono raccontare qualcosa di importante, ma che vengono consumate nello stesso spazio digitale in cui pochi secondi prima stavamo guardando tutt’altro. Ed è qui che nasce una domanda che riguarda non soltanto la fotografia, ma il nostro modo di guardare:
“Siamo diventati meno empatici o abbiamo semplicemente imparato a guardare il dolore attraverso uno schermo?“
Una fotografia non arriva mai davvero da sola. Porta con sé una storia, un luogo, un momento e, quando si tratta di fotogiornalismo, un contesto. Sui social, però, quel contesto può essere molto più fragile. L’immagine può essere accompagnata da poche righe, da una didascalia, da un titolo o da un commento. Può essere ripubblicata da un altro account, estrapolata da un video più lungo o utilizzata all’interno di un montaggio. Ad ogni passaggio può perdere una parte delle informazioni che aiutavano a comprenderla.
Il problema non riguarda soltanto le fotografie di guerra.
Lo stesso meccanismo può riguardare un incidente, un’aggressione, una persona ferita, una morte ripresa da qualcuno con il proprio telefono. In alcuni casi quelle immagini possono avere un valore documentario importante, infatti possono mostrare qualcosa che altrimenti non sarebbe stato visto. Tuttavia, possono anche diventare semplicemente un altro contenuto da guardare. È una differenza sottile, ma importante.
Documentare il dolore non significa necessariamente sfruttarlo, così come mostrare un’immagine forte non significa automaticamente spettacolarizzare la sofferenza. Il significato di una fotografia dipende anche dal contesto nel quale viene mostrata e dal modo in cui viene utilizzata.
La lezione di Hitchcock: vedere senza esserci
C’è una scena di La finestra sul cortile, il film di Alfred Hitchcock del 1954, che può aiutare a comprendere questo rapporto con le immagini. Il protagonista Jeff osserva ciò che accade negli appartamenti dei vicini attraverso la finestra del suo appartamento. La macchina fotografica e il teleobiettivo gli permettono di vedere più lontano, mantenendo però la distanza fisica da ciò che sta osservando. Hitchcock costruisce proprio intorno a questa distanza una parte importante del film: vedere qualcosa non significa necessariamente prendervi parte.
Oggi quella finestra potrebbe essere lo schermo di uno smartphone. Guardiamo una guerra che si svolge a migliaia di chilometri di distanza, un’aggressione ripresa per strada, le conseguenze di un disastro o la morte di una persona senza essere fisicamente presenti davanti a quella scena.
Naturalmente non è la stessa cosa. Un film del 1954 non può essere utilizzato come una previsione dei social network, ma il meccanismo dello sguardo a distanza offre un’interessante chiave di lettura:
“Lo schermo ci permette di essere testimoni senza essere presenti.“
Possiamo osservare qualcosa di terribile e, pochi secondi dopo, continuare a scorrere. È proprio questa possibilità a rendere particolare la nostra esperienza delle immagini.
L’assuefazione alle immagini forti
Quando un’immagine particolarmente dura compare per la prima volta davanti ai nostri occhi, può provocare una reazione immediata. Ci si ferma, si guarda meglio, a volte si distoglie lo sguardo. Cosa succede quando immagini simili diventano una presenza quotidiana?
La ripetizione può modificare il nostro rapporto con ciò che vediamo, non necessariamente perché smettiamo di provare emozioni, ma perché impariamo a riconoscere rapidamente quel tipo di contenuto e ad inserirlo nel flusso generale. Un’immagine che dovrebbe farci fermare può diventare una delle tante immagini che incontriamo durante la giornata. È forse questo uno degli aspetti più problematici della quantità di immagini a cui siamo esposti: non soltanto vediamo di più, ma vediamo più velocemente e la velocità non sempre lascia spazio alla comprensione.
Quando una fotografia deve essere mostrata? Qui entra in gioco anche una questione più difficile: è giusto mostrare immagini molto forti? Non esiste una risposta valida per ogni situazione. Nel fotogiornalismo, una fotografia può essere dolorosa proprio perché documenta qualcosa che è accaduto realmente. Eliminare ogni immagine difficile dalla narrazione significherebbe, in alcuni casi, rendere la realtà più facile da guardare ma anche meno completa.
Una fotografia di guerra può raccontare la guerra proprio perché mostra le sue conseguenze. Un’immagine di una tragedia può avere un valore documentario che va oltre lo shock iniziale. Tuttavia, esiste una differenza tra mostrare una fotografia perché è importante per comprendere ciò che è accaduto e mostrarla perché è capace di attirare attenzione. La stessa immagine può quindi assumere significati molto diversi a seconda del contesto.
Un reportage può costruire intorno ad una fotografia una narrazione, spiegare chi sono le persone ritratte, dove è stata realizzata e cosa è successo. Un post sui social può invece ridurla a pochi secondi di attenzione, magari accompagnandola con una musica drammatica, una scritta sensazionalistica o un titolo pensato per provocare una reazione immediata. In quel passaggio la fotografia rischia di perdere parte del suo significato.
Quando il dolore diventa contenuto
I social network funzionano anche attraverso l’attenzione. Le immagini devono fermare lo scorrimento, suscitare una reazione, spingere a commentare o condividere.
Una fotografia forte possiede già una capacità naturale di attirare lo sguardo.
Questo crea una contraddizione difficile da ignorare: il dolore può diventare uno dei contenuti più efficaci per catturare l’attenzione. Non significa che ogni persona che condivide un’immagine dolorosa lo faccia per ottenere visibilità. Le motivazioni possono essere molto diverse: informare, denunciare, testimoniare, chiedere aiuto, sensibilizzare, ma il sistema nel quale quell’immagine viene inserita rimane lo stesso.
Una fotografia di una tragedia può apparire accanto ad una pubblicità, ad un video comico o alla fotografia della cena di qualcuno. Dopo pochi secondi può essere sostituita da un altro contenuto. Il dolore diventa così parte di un flusso nel quale tutto sembra avere lo stesso peso visivo.
Forse allora il problema non è soltanto capire se siamo diventati meno empatici. La domanda potrebbe essere un’altra: abbiamo cambiato il nostro modo di guardare?
Siamo abituati ad immagini che arrivano continuamente, a contenuti che chiedono pochi secondi della nostra attenzione e ad una realtà che spesso conosciamo attraverso uno schermo. In questo scenario, guardare davvero una fotografia significa forse fare qualcosa di molto semplice e allo stesso tempo sempre più difficile: fermarsi.
Chiedersi cosa stiamo guardando, chi è la persona rappresentata, quale storia c’è dietro quell’immagine e perché ci è stata mostrata. Una fotografia del dolore non è soltanto un’immagine forte, è la traccia di qualcosa che è accaduto a qualcuno.
Forse la responsabilità dello sguardo comincia proprio da qui: non permettere che una sofferenza reale diventi, per noi, soltanto l’ennesima immagine da scorrere.