L’impatto visivo e le polemiche
L’Odissea (The Odyssey) è l’ultimo monumentale film epico diretto, co-prodotto e sceneggiato da Christopher Nolan.
Nonostante sia uscito nelle sale solo il 16 luglio 2026, l’attesa era alle stelle già da tempo, alimentata prima di tutto da un cast stellare: a partire dall’autunno 2024 si sono succedute le conferme dei protagonisti, con Matt Damon nei panni di Odisseo e Tom Holland in quelli di Telemaco, affiancati da nomi del calibro di Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya e Lupita Nyong’o. Ma non è stato solo il cast ad accentrare l’attenzione: durante la produzione è stato annunciato che l’opera sarebbe stata girata interamente in formato IMAX analogico.
Ammetto che la portata di questo dettaglio tecnico non mi fosse del tutto chiara all’inizio. Durante il periodo promozionale non si faceva che parlare di questa “impresa titanica”, ma da spettatrice mi chiedevo cosa cambiasse davvero per noi in sala, motivo per cui ho deciso di documentarmi.
Nonostante la prima delusione nello scoprire che le vere sale IMAX 70mm sono pochissime e che non avrei potuto fruire del formato originale, il 18 luglio mi sono seduta comunque in poltrona con grandissima curiosità.
Tralasciando per il momento i dettagli della trama, vorrei soffermarmi sulla pura esperienza in sala: l’impatto visivo e sonoro è stato travolgente. Per tutte le tre ore di proiezione ho avvertito chiaramente di trovarmi di fronte a un’opera monumentale, cercando di assorbire ogni singolo dettaglio di immagini, paesaggi e colonna sonora. Le musiche, in particolare, si confermano un marchio di fabbrica del cinema nolaniano, capaci di toccare vette d’intensità spaventose in sequenze come il canto delle sirene e il terribile urlo di Polifemo.
Una volta tornata a casa, ho aperto i social per confrontare le mie impressioni con quelle del pubblico, temendo che la densità del film mi avesse fatto sfuggire qualcosa.
Ciò che non mi aspettavo era di imbattermi in un’ondata di critiche feroci rivolte all’opera nella sua interezza: Nolan veniva accusato di aver “rovinato” L’Odissea, tradendo la memoria di Omero.
È innegabile che vi siano delle differenze rispetto al testo classico, ma questo non significa che il regista abbia distrutto l’epica: l’ha semplicemente tradotta per la nostra sensibilità moderna, spogliando l’eroe della sua aurea di perfezione per mostrarne la nuda umanità.
Tra passato e presente: la decostruzione del mito
La narrazione abbandona la classica struttura cronologica a favore di un montaggio alternato su tre linee temporali parallele: la guerra di Troia (il passato), il disperato viaggio di ritorno di Odisseo e l’attesa politica a Itaca (i due presenti paralleli).
Per quanto riguarda il passato, il film ci riporta agli ultimi giorni del conflitto troiano, esplorando le profonde tensioni strategiche e morali tra Odisseo e Agamennone, fino all’ideazione del celebre Cavallo di Troia.
Tuttavia, la vittoria si trasforma presto in rovina: l’arroganza e la ferocia dimostrate dai Greci durante il saccheggio finiscono per attirare la maledizione delle divinità sul loro ritorno a casa.
Nel mito omerico Odisseo affronta dodici tappe principali prima di riabbracciare la sua terra. Nolan seleziona con cura quali episodi trasporre sullo schermo, privilegiando le peripezie che meglio mettono a nudo la psicologia e la fragilità del protagonista. Tra queste spiccano la spaventosa e claustrofobica sequenza con il ciclope Polifemo, la minaccia soffocante di Scilla e Cariddi, il canto allucinatorio delle sirene e la prigionia emotiva sull’isola di Calipso.
Il regista tratta la traversata in mare non come un semplice viaggio d’avventura, ma come un logorante calvario fisico e psicologico ai confini della realtà, capace di spezzare anche lo spirito del più valoroso dei guerrieri.
Nel frattempo, a Itaca, Penelope fronteggia con fredda astuzia tattica l’arroganza dei Proci: la celebre tela non è presentata come un mero inganno formale, ma come una vera e propria operazione di resistenza e sabotaggio psicologico per guadagnare tempo.
Parallelamente, Telemaco compie la sua “Telemachia”: da giovane principe insicuro e schiacciato dall’ombra paterna, intraprende un viaggio alla ricerca di notizie sul padre, maturando consapevolezza e autorità ad ogni tappa.
Le tre linee temporali convergono idealmente quando i Feaci riaccompagnano a Itaca un Odisseo ormai solo, spogliato di ogni compagno e segnato dal dolore.
È qui che il passato e i paralleli del presente si saldano nel climax finale: Odisseo si ricongiunge a Telemaco e, orchestrando una spietata vendetta strategica all’interno della sua stessa reggia, affronta la prova dell’arco.
La carneficina dei Proci e il finale ricongiungimento con Penelope non rappresentano soltanto il trionfo dell’eroe, ma la chiusura di un cerchio traumatico, restituendoci un uomo profondamente mutato che ha dovuto perdere tutto pur di ritrovare se stesso.
L’eroe imperfetto e la guarigione dal trauma
Nolan ha selezionato con estrema cura le sequenze della pellicola con un obiettivo preciso: far emergere la vera natura del protagonista, centro nevralgico di tutta l’opera.
Ciononostante, una parte del pubblico ha – a mio avviso – frainteso l’intenzione dello sceneggiatore, lamentando un eccessivo allontanamento dal modello omerico. Il personaggio del poema è tradizionalmente dipinto come un individuo scaltro, lungimirante e costantemente un passo avanti agli altri.
Al contrario, sullo schermo, assistiamo a scene che lasciano interdetti.
Nella grotta di Polifemo, Odisseo sfrutta sì il suo ingegno per guidare la fuga nascondendo i soldati sotto il vello delle pecore, ma tuttavia quando il mostro sputa a terra l’elmo di un compagno ucciso con un verso di disprezzo, l’eroe cede al proprio orgoglio: Impugnato l’arco, scaglia una freccia contro il gigante provocandolo e scatenando così un inseguimento furioso che costerà la vita ad altri uomini.
Ci si chiede il perché di un gesto simile da parte di un leader che dovrebbe rimanere freddo e calcolatore. Ma è proprio qui la svolta: anziché mantenere la lucidità, Odisseo si abbandona a una rabbia irrazionale.
Dopo aver visto i suoi compagni divorati vivi, è schiacciato dal senso di colpa per essere stato proprio lui a insistere per rimanere nella caverna.
Un macigno emotivo che riaffiora nel finale quando, liberato il regno, si confessa a Penelope. Non si dichiara un eroe né un liberatore, ma un carnefice. È consapevole di aver inflitto violenza a vite innocenti a Troia e di aver causato la morte della sua flotta durante i dieci anni di navigazione.
Lo stesso Cavallo, simbolo di vittoria e vanto acheo, ha aperto le porte alla libertà di un popolo al prezzo del massacro di un altro.
Il film reinterpreta così il nostos, il viaggio di ritorno, non come un’impresa trionfale ma come un’esplorazione del disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
Quello di Nolan non è un uomo invincibile, ma un individuo profondamente ferito, che commette errori dettati dalle proprie debolezze e che, attraverso un doloroso percorso di crescita, acquisisce finalmente consapevolezza delle proprie responsabilità.
E forse un vero eroe è proprio questo: chi sa mostrare la parte più fragile della propria umanità.
Viene allora da chiedersi: Odisseo merita davvero di tornare a casa, mentre le sue mani trasudano il sangue di centinaia di vittime? La risposta risiede nello sguardo di Penelope, che lo accoglie offrendogli una possibilità di redenzione.
Il ritorno a Itaca non è un premio per le macerie lasciate alle spalle, ma l’opportunità di ricominciare alla luce di ciò che ha imparato, trasformando la colpa nell’inizio di una lenta ricostruzione.