29 Settembre 2026

Ettore Bassi: «La magia mi ha insegnato a emozionare, San Francesco a guardare nell’anima»

Dalla scoperta dei giochi di prestigio da bambino all’amore per il teatro e la televisione. In occasione delle celebrazioni per gli ottocento anni francescani, Ettore Bassi ripercorre il suo percorso artistico e racconta cosa gli ha lasciato l’interpretazione del Santo di Assisi.

C’è un filo sottile che lega la magia al teatro. È lo stupore, la capacità di emozionare chi guarda. Ettore Bassi quel filo lo ha seguito fin da bambino, quando una semplice scatola di giochi di prestigio gli fece intuire che esisteva un mondo capace di trasformare la meraviglia in arte. Da allora il suo cammino lo ha portato sui palcoscenici, davanti alle telecamere e a interpretare personaggi che hanno lasciato un segno nel pubblico e nella sua stessa vita. Tra questi, San Francesco occupa un posto speciale, soprattutto nell’anno in cui ricorrono gli ottocento anni francescani.

La sua passione per la magia nasce quando era ancora bambino. Che ricordo conserva di quel momento?

«È stata un’attrazione fatale, istintiva. Ero un ragazzino quando vidi una scatola di giochi di prestigio in un negozio e ne rimasi completamente folgorato. Sentivo che dovevo averla a tutti i costi. Da lì è iniziato un viaggio che continua ancora oggi: un viaggio nell’arte, nel teatro, nell’amore per il pubblico e nella ricerca di fare sempre le cose nel migliore dei modi, cercando di regalare emozioni.»

Quando ha capito che quella passione sarebbe diventata la sua professione? C’è stato un momento preciso?

«Non saprei indicare un momento esatto. Più che una folgorazione è stata una consapevolezza che è cresciuta nel tempo. Ogni volta che salivo davanti a un pubblico e provavo qualcosa, sentivo che quello era il mio posto. Lo scambio con le persone mi restituiva una sensazione di pienezza difficile da spiegare. Non so se sia successo quando, a sedici o diciassette anni, lavoravo come animatore nei villaggi turistici facendo il mago e il presentatore, oppure qualche anno dopo, quando ho iniziato a lavorare da professionista. Di sicuro è stato il rapporto con il pubblico a farmi capire quale fosse la mia strada.»

Nel corso della sua carriera ha interpretato personaggi molto diversi tra loro. Ce n’è uno che considera il più importante?

«Ho avuto la fortuna di interpretare tanti ruoli bellissimi e sarebbe difficile sceglierne uno soltanto. Certamente San Francesco ha rappresentato una tappa fondamentale del mio percorso, ma anche personaggi che possono sembrare meno importanti hanno lasciato qualcosa dentro di me. Credo che ogni esperienza, se affrontata con onestà, impegno e passione, diventi preziosa. Tutto ciò che ho fatto ha contribuito a costruire la persona e l’attore che sono oggi.»

Proprio San Francesco è uno dei personaggi che il pubblico ricorda con maggiore affetto. Cosa ha significato per lei interpretarlo, soprattutto in un momento così significativo per il mondo francescano?

«È stata un’esperienza molto profonda. Il lavoro di un attore consiste prima di tutto nell’entrare nella verità di una storia, di una vita, di un carattere. Significa andare oltre ciò che appare in superficie e cercare ciò che un personaggio custodisce dentro di sé. Fare questo viaggio nell’anima di San Francesco è stato incredibilmente interessante. Poi portarlo sullo schermo con il mio corpo, la mia voce, i miei gesti e il mio sguardo è stato anche un modo per incontrarlo davvero. È un personaggio che mi ha lasciato qualcosa di importante e che continua ad accompagnarmi.»

Cosa pensa che San Francesco possa insegnare ancora oggi, soprattutto ai più giovani?

«Credo che il suo messaggio sia ancora straordinariamente attuale. San Francesco ci ricorda il valore dell’essenzialità, del rispetto verso gli altri e verso il creato, dell’ascolto e dell’amore. Sono valori che non appartengono soltanto alla fede, ma alla vita di ciascuno di noi. In un tempo in cui tutto corre velocemente, la sua testimonianza invita a fermarsi e a guardare davvero le persone e il mondo che ci circonda.»

Guardando al suo percorso, qual è il filo che unisce il bambino innamorato della magia e l’attore di oggi?

«La voglia di emozionare. È sempre stata quella. Cambiano gli strumenti, cambiano i personaggi, cambiano le esperienze, ma resta il desiderio di creare un incontro autentico con il pubblico. È questo il privilegio più grande del mio lavoro.»

Se oggi potesse incontrare il ragazzo che sognava davanti a quella scatola di giochi di prestigio, cosa gli direbbe?

«Gli direi che mi fa tanta tenerezza. Oggi, da cinquantenne, guardo i ragazzi della sua età e vedo nei loro occhi un’innocenza che va custodita e difesa, insieme a una forza e a una luce che meritano di essere ascoltate. Gli direi bravo per aver creduto nei suoi sogni. È stato fortunato, certo, perché nella vita sono arrivate tante cose belle, ma tutto il percorso aveva un senso. Anche i momenti difficili, i rifiuti, gli errori, gli incontri sbagliati sono stati necessari. Ogni esperienza insegna qualcosa. Per questo la fiducia è fondamentale: bisogna continuare a credere nel proprio cammino, anche quando sembra più complicato.»

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