“Il ruolo dello scrittore oggi: intervista al noto autore italiano tra letteratura, musica e vita vissuta”
La figura dello scrittore continua a esercitare un fascino particolare, soprattutto per le nuove generazioni che cercano nella letteratura uno spazio di senso e libertà. In questa intervista, un noto autore italiano contemporaneo racconta il suo percorso, il valore della lettura, il passaggio dall’avvocatura alla scrittura e il legame profondo con la musica.
INTERVISTA
D. Quanta importanza e influenza, secondo lei, al giorno d’oggi, la figura di un autore riveste nella nostra società? R. La letteratura per me è stata un’esperienza fondamentale. Leggere arricchisce il vocabolario e sviluppa il senso critico, che è la difesa più importante contro inganni e manipolazioni. Una società che legge è una società migliore
D. Ha capito sin da subito di voler fare questo mestiere? R. No. Ho sempre avuto facilità nello scrivere, ma ho deciso di fare lo scrittore da adulto, intorno ai trent’anni. Prima facevo l’avvocato penalista. A un certo punto ho capito che la mia strada era un’altra e ho fatto un salto nel buio, inseguendo il sogno di vivere di scrittura
D. Il suo sogno da ragazzo era quello di fare lo scrittore? R. Da ragazzo amavo la musica. Suonavo e avevo una band. Poi la vita mi ha portato verso la giurisprudenza. Solo dopo aver iniziato a lavorare come avvocato ho capito che volevo scrivere e ho cambiato completamente strada.
D. C’è qualcuno che l’ha appoggiata particolarmente? R. Sì, mia moglie di allora, la madre di mia figlia. Ha avuto molta fiducia in me. E poi ho avuto un mentore straordinario: Giuseppe Pontiggia, uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento.
D. C’è un libro che l’ha cambiata profondamente? R. Molti. Tra gli italiani: Parise, Moravia, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Calvino. Tra gli stranieri: Javier Marías, Philip Roth, Martin Amis. E poi i grandi classici: Nabokov, Flaubert, Proust.
D. Da cosa nasce lo spunto per un nuovo libro? R. Dall’osservazione della realtà, da incontri, situazioni, intuizioni. Non uso scalette: mi lascio portare dalle parole, come un musicista che improvvisa. La storia prende forma giorno dopo giorno.
D. È più efficace comunicare con un libro o con un film? R. Il cinema ti fa vedere con gli occhi del regista. Il libro invece attiva l’immaginazione: sei tu a creare volti, luoghi, voci. Nei libri importanti succede una magia: sembra che siano loro a leggere te. Nella sceneggiatura, invece, tutto deve essere visibile e concreto. È un lavoro di gruppo, con una struttura precisa.
D. Nei suoi romanzi c’è molto della sua vita? R. Sì, ma sempre trasfigurato. Anche quando attingo alla mia esperienza, cerco un linguaggio che permetta al lettore di ritrovare sé stesso. La letteratura deve parlare all’altro, non solo all’autore.
D. Nei suoi lavori ricorre spesso la musica. Cosa rappresenta per lei? R. La mia prima grande passione è stata la musica. Suono da sempre e oggi porto in scena uno spettacolo su Fabrizio De André, che per me è importante quanto Proust o Flaubert. La musica influenza anche il mio stile: scrivo in modo ritmico, musicale.
D. C’è qualcosa che cambierebbe del suo percorso? R. Forse non mi laureerei in giurisprudenza: sceglierei filosofia o musica. Ma aver fatto l’avvocato mi ha permesso di creare Malinconico. Gli errori fanno parte della crescita. Anche in amore: una volta ho detto che è “il modo migliore per rovinarsi la vita”, ma è anche quello più autentico.
Conclusione
L’intervista offre uno sguardo sincero sul mestiere dello scrittore oggi: un percorso fatto di scelte coraggiose, passioni intrecciate e un profondo rispetto per la parola. Un invito a leggere, immaginare e lasciarsi trasformare dalla letteratura.
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