Il dialetto rappresenta ancora oggi un segno identitario e di appartenenza per i giovani? Quali potrebbero essere le prospettive future dei dialetti? Sono lingue destinate all’estinzione o potranno vivere un momento di rinascita?
COSA DICE L’ISTAT
Recentemente, l’Istituto Nazionale di Statistiche ha emesso i risultati di una ricerca svoltasi nel 2024, riguardante l’uso dei dialetti nei vari ambiti comunicativi della quotidianità. Dalla lettura dei dati, ne emerge una drastica riduzione delle parlate dialettali a favore dell’italiano e di altre lingue straniere.
Se nel 1988 il 32% della popolazione parlava dialetto in famiglia, la percentuale scende al 14% nel 2015 fino ad arrivare al 9,6% nel 2024.
Questi dati non appaiano completamente preoccupanti considerando che, ad oggi, una buona parte della popolazione si destreggia in un contesto che si potrebbe definire di bilinguismo: il 42% della popolazione, infatti, usa il dialetto in almeno un ambito relazionale, se non in forma esclusiva, in alternanza con l’italiano, con una prevalenza d’uso in famiglia o tra amici.
La maggiore propensione verso l’utilizzo dell’italiano è fortemente correlata a contesti socio-economici, generazionali e rappresenta il riflesso delle abitudini linguistiche familiari.
I POTERI NASCOSTI DEL DIALETTO: TRA STORIA E IDENTITÀ
I dialetti sono a tutti gli effetti delle lingue: sono dotati di vitalità e vengono utilizzati in diversi ambiti comunicazionali, sia orali che scritti. Il loro riconoscimento ha origine nel ‘500 e, da allora, hanno continuato ad evolversi e a mutare, senza scomparire nonostante i cambiamenti intercorsi nei vari strati sociali. Grazie alle molteplicità dialettali, l’italiano parlato ha conosciuto un’evoluzione eterogenea, che riflette le parlate regionali della popolazione, distaccandosi, talvolta, dalla standardizzazione linguistica.
I dialetti costituiscono una ricchezza locale, senza sminuire la lingua nazionale: a differenza di quanto accaduto in altri Stati, in Italia, dopo l’Unità nazionale, non si è raggiunta anche l’unità linguistica (per la quale sarà necessario attendere almeno fino al secondo dopoguerra) e le lingue locali non sono state soppiantate da un italiano che fino a quel momento era manifestazione di un linguaggio prevalentemente scritto.
Nella storia, la tendenza verso l’unità linguistica si è manifestata in modo multiforme, portando ad un rapido mutamento sull’italiano nel corso del primo Novecento, quando finalmente non è più racchiuso nella cristallizzazione della forma scritta, e, in modo ancor più evidente, negli ultimi sessant’anni, grazie alla nascita dei mass media che accompagna la possibilità di raggiungere un vasto numero di persone rivolgendosi loro con un codice condiviso.
Ora come ora, si potrebbe parlare di “dilalia”, ovvero dell’utilizzo di due lingue di diverso prestigio e contesto d’uso da parte di un’unica comunità linguistica. In questo contesto, l’azione del dialetto non incide sulla capacità comunicativa dell’italiano: le due lingue possono convivere senza pregiudicare la conoscenza dell’altra.
In passato il dialetto era la lingua familiare e, in quanto tale, veniva appresa spontaneamente come lingua materna. In tempi recenti, i bambini molto raramente crescono in circostanze prevalentemente dialettali e lo apprendono successivamente, come una seconda lingua. Questo tipo di apprendimento potrebbe comportare la perdita della ricchezza lessicale originaria della lingua, adottando degli elementi linguistici tipici dell’italiano, per quanto riguarda anche la parte più strettamente grammaticale e di pronuncia.
È necessario sdoganare la credenza, errata, per la quale si considera l’utilizzo del dialetto come una manifestazione di disparità sociale o provincialità. Con questo timore, infatti, molti genitori distolgono i propri figli dalle parlate tipiche, disincentivando l’esposizione alla lingua delle proprie origini e della tradizione.
IL DIALETTO: UN PATRIMONIO CULTURALE DA PROTEGGERE
Fortunatamente, esistono casi in cui l’utilizzo della forma dialettale è vista favorevolmente, come rivendicazione di un simbolo identitario e di riconoscimento.
La forza rievocativa data dalla parola riecheggia nella tradizione e rianima la memoria individuale di coloro che rivedono nel dialetto le proprie radici, suscitando ricordi e legami.
Nella letteratura sono molti gli autori che ricorrono al dialetto per esprimere il mondo interiore dei personaggi attraverso i suoni di un linguaggio che riflettono la realtà, la quotidianità e l’autenticità. Si pensi, ad esempio, a Pasolini e Meneghello, grandi autori del passato che tramite il dialetto offrono una visione diretta e vera del popolo; oppure a Camilleri e alla Ferrante: i romanzi che vedono all’opera il commissario più famoso d’Italia non sarebbero gli stessi senza l’egregio ibridismo che l’autore ha saputo creare tra italiano e siciliano; così come la serie de “L’amica geniale” non sarebbe stata credibile e non avrebbe ottenuto il successo internazionale che si è meritata se i dialoghi non fossero stati pregni di espressioni napoletane, ritratto della società, che hanno reso l’opera così verosimile e realistica.
Anche in ambito musicale, molti autori si avvalgono del dialetto per manifestare un senso di protesta e disagio, ma anche di identità e appartenenza, portando le parlate locali nei loro testi, come mezzo comunicativo diretto ed efficace.
In conclusione, tutti i dialetti sono delle perle culturali che devono essere difese e salvaguardate. Racchiudono in sé i valori, le tradizioni e l’identità degli abitanti e, talvolta, dovrebbero essere valorizzati maggiormente.
Negli ultimi tempi, grazie ai social network, molti giovani creator portano i dialetti nei loro contenuti, riscoprendoli e sdoganandoli, nella speranza che, tramite i fenomeni virali, non corrano il rischio di diventare lingue in via d’estinzione e che convivano con l’italiano, condividendone il livello di prestigio e di utilizzo. In questo modo la società godrebbe di un ricco repertorio linguistico che valorizzerebbe lo spirito e la peculiarità della tradizione italiana.