Il test di Rorschach
È molto probabile che nel corso della vostra vita abbiate visto tutti, almeno una volta, una delle tavole del Test di Rorschach. Si tratta delle celebri macchie d’inchiostro delle quali una persona (di solito rappresentata come uno psicoanalista dalle fattezze quanto più simili a Sigmund Freud possibili) chiede “Che cosa può essere?”. L’aspettativa è che la risposta “un pipistrello” sia così rilevante da determinare interpretazioni profonde e illuminanti sulla nostra intera vita passata e sulla totalità del nostro funzionamento interno. Le immaginiamo come pezzi di quel misterioso inconscio in cui il Freud di turno, con gli occhiali e un sigaro, vedrà, magicamente, misteriose connessioni e rivelazioni.
Il test di Rorschach, nella realtà dei fatti, è un test psicodiagnostico complesso, sfaccettato e, con stupore di molti, molto più lontano dalla psicoanalisi di quanto generalmente si pensi.
Un test psicodiagnostico
Un test psicodiagnostico è uno strumento utilizzato nella fase di valutazione iniziale di un percorso psicologico che mira a raccogliere campioni di comportamento standardizzati, per poter consentire al clinico di formulare delle ipotesi generali sul funzionamento dell’individuo. In altre parole, lo scopo è quello di ottenere delle informazioni sul paziente che consentano il confronto con la popolazione non clinica. Se, ad esempio, Anna riportasse di provare ansia 5 volte al giorno e le persone a cui non viene diagnosticato un disturbo d’ansia avessero una media di 2 volte al giorno, si potrebbe immaginare che Anna sia predisposta a sviluppare (o mostri dei tratti di) un disturbo d’ansia.
Il test di Rorschach fa più o meno la stessa cosa, passando, però, per un via un po’ più interna. Quello che le tavole chiedono di fare non è darsi un punteggio sul quanto felici ci sentiamo, ma prendere una decisione e provare a costruire, in quel momento, un piccolo pezzo di realtà. È una situazione di problem solving a tutti gli effetti: c’è un compito e noi dobbiamo fornire una soluzione, per consentire a chi ci sta guardando di comprendere un po’ di più come funzioniamo, come pensiamo, come scegliamo e come ci relazioniamo con la realtà che ci circonda.
L’esperimento percettivo
C’è un altro piccolo dettaglio che la maggior parte delle persone non conosce: le macchie non sono davvero solo macchie.
Hermann Rorschach, infatti, era uno psichiatra, e aveva costruito il test come un esperimento percettivo: lo utilizzava per determinare quanto i suoi pazienti schizofrenici mantenessero un contatto con la realtà e la percepissero in maniera adeguata. Per farlo, aveva accuratamente costruito degli stimoli visivi che avessero delle caratteristiche precise. Le macchie d’inchiostro presentano dei “Critical Bits”, ovvero delle parti del disegno che forniscono una struttura precisa che orienta la percezione verso un tipo di immagine, e quindi restringe le risposte possibili. Rorschach valutava le risposte dei pazienti anche attraverso questa lente: il fatto che risultato prodotto avesse un legame di qualche tipo con i critical bits (e quindi con lo stimolo effettivo) poteva contribuire all’idea che il soggetto avesse preservato un legame con la realtà.
Chiaramente, le macchie sono ambigue: non sono qualcosa di preciso e chiaro, alcune sono molto poco strutturate, e il contenuto della risposta fornita può essere valutato e indagato come una declinazione personale del modo in cui la persona funziona e si rapporta con il mondo. “Un pipistrello in volo” e “Una falena schiacciata” sono due risposte potenzialmente simili da un punto di vista percettivo, che differiscono tra loro in termini tematici. Interpretare questo livello è un lavoro complesso e assolutamente non banale, anch’esso standardizzato e basato su evidenze scientifiche.
Cosa c’entra, allora, la psicoanalisi con il Rorschach?
Nella realtà dei fatti, quasi nulla. O meglio, esiste un legame che è quello che il test ha con le diverse prospettive teoriche della psicologia. In una fase finale dell’interpretazione il clinico ha l’onere di integrare i risultati delle diverse sezioni, fornendo una specie di sintesi del funzionamento del paziente e delle ipotesi sulle cause e i fattori che hanno contribuito allo sviluppo e al mantenimento della problematica espressa. Per farlo, deve avvalersi di una teoria della mente, ovvero di una cornice teorica entro cui iscrivere quanto emerso della personalità e del modo di pensare e agire della persona. Ogni diagnosta ha una teoria (o più teorie) di riferimento: la psicoanalisi può essere una di queste.
Nella rappresentazione più “pop” delle macchie, tuttavia, queste sono indissolubilmente legate alle interpretazioni in stile freudiano.
Probabilmente esiste un legame con quello che è accaduto dopo il 1921, l’anno della prematura scomparsa di Hermann Rorschach. Pur essendo nato come uno strumento di valutazione della percezione e della cognizione, il tempo non è stato sufficiente per finalizzarlo come tale e renderlo usufruibile in modo standardizzato. Si sono quindi diffuse diverse scuole, che ne usufruivano in modo cosi diverso l’una dall’altra che l’unica cosa davvero in comune rimasta erano le dieci tavole. Tra queste tendenze, grande attenzione (e critiche) ha ricevuto la Scuola Francese di Charcot, di natura tutta psicoanalitica: la risposta allo stimolo era un oggetto analitico, trattato al pari di un sogno, e interpretato come tale.
La diffusione di questo approccio, accompagnato dalla frammentazione delle diverse prospettive sul Rorschach e dalla conseguente arbitrarietà delle interpretazioni che i diversi clinici ne fornivano, ha determinato un certo scetticismo rispetto allo strumento.
Ma quindi, perché lo utilizziamo ancora?
Per rispondere alla domanda, dobbiamo introdurre un nuovo (l’ultimo!) personaggio: John E. Exner. Exner, negli anni ‘70, nel tentativo di comparare approcci distinti nei loro aspetti positivi e negativi, approda a qualcosa di molto più grande. Inizia, infatti, a selezionare e mantenere solo gli aspetti delle diverse scuole che risultavano empiricamente sostenuti (e che fossero, quindi, statisticamente significativi). Crea, cosi, il Comprehensive System, costruendo uno strumento standardizzato e completo, i cui risultati fossero generalizzabili e scientificamente validati. Ad oggi il CS è il sistema più utilizzato per la somministrazione del test delle macchie e si mantiene in continuo aggiornamento.
Per quanto, dunque, le tavole Test di Rorschach rimandino in modo automatico a Freud, alle interpretazioni dell’inconscio e ai test di Cioè, è importante ricordare che è uno strumento validato e con una lunga storia dietro di sé, costruita con fatica e immenso lavoro.
A dirla tutta, è stata proprio la diffidenza nei confronti delle macchie che ha portato il test di Rorschach ad affermarsi come uno dei test psicodiagnostici più empiricamente sostenuti al mondo.
Quindi, se mai qualcuno vi dovesse presentare una tavola con una forma strana e vi chiedesse “Che cosa può essere?” , fidatevi del clinico che avete davanti: ha fatto un’ottima scelta.