Quando si parla di giovani e partecipazione, si cade spesso in un giudizio rapido: “non si interessano”. È una scorciatoia. La realtà, invece, racconta altro: molti giovani non sono disinteressati, ma si sentono fuori campo, poco rappresentati, poco ascoltati, e talvolta privi degli strumenti per orientarsi in un dibattito pubblico che appare distante e complicato.
Il disimpegno, spesso, non è apatia: è la conseguenza di una percezione di marginalità.
E allora la domanda vera non è “perché i giovani non partecipano?”, ma: come si costruiscono le condizioni per partecipare? Una comunità diventa attiva quando smette di chiedere presenza “a comando” e inizia a generare spazi reali in cui ciascuno possa sentirsi legittimato a dire, proporre, incidere. La partecipazione non nasce dall’obbligo: nasce dalla fiducia e dalla possibilità concreta di contare.
È qui che avviene il passaggio più importante: dalla passività alla progettualità.
Progettarsi il futuro significa non limitarsi a subire ciò che accade, ma imparare a leggere la realtà, a porsi domande, a confrontarsi, a trasformare un’idea in una proposta.
È un allenamento quotidiano: richiede competenze, ma soprattutto richiede comunità, perché nessuno costruisce il futuro da solo.
In questo percorso, un giornale non è solo un contenitore di notizie. Può diventare un luogo di incontro e scambio, un laboratorio in cui i giovani imparano a discutere senza urlare, ad ascoltare senza sminuire, a collaborare senza omologarsi.
Letterealmente nasce esattamente con questa ambizione: non raccontare i giovani dall’esterno, ma offrire loro un luogo in cui essere autori, non spettatori.
E la scrittura, in questo senso, è tutt’altro che un esercizio scolastico: è una forma di cittadinanza attiva. Scrivere significa scegliere le parole e assumersi una responsabilità. Significa informarsi, verificare, distinguere i fatti dalle opinioni. Significa partecipare alla cosa pubblica con rigore e rispetto, contribuendo a costruire un dibattito più consapevole.
Una comunità attiva si costruisce così: offrendo strumenti, fiducia e spazi reali. E riconoscendo che i giovani non sono “il domani” da aspettare, ma una parte viva del presente da coinvolgere. Da qui si riparte. Da qui si cresce.