Le cose non dette

Una riflessione sul non detto e l’agito

Gabriele Muccino torna al cinema con un film dall’ambientazione suggestiva. Due coppie di amici, Carlo ed Elisa (Stefano Accorsi e Miriam Leone) e Anna e Pietro (Carolina Crescentini e Claudio Santamaria) insieme alla loro figlia Vittoria (Margherita Pantaleo), decidono di partire per un viaggio nella bellissima Tangeri.

Sono nuclei familiari che, in modi diversi, stanno attraversando dei momenti di fragilità: Carlo ed Elisa affrontano il drammatico dolore dell’infertilità, mentre Anna e Pietro fanno i conti con una figlia preadolescente che si scontra con il carattere ossessivo e ansioso di una madre da un lato, e con una figura paterna pressoché assente dall’altra.
La storia ruota intorno alla relazione clandestina di Carlo con Blu (Beatrice Savignani), sua studentessa, che lo segue a Tangeri e mette a repentaglio l’equilibrio già precario del gruppo di amici.

Frammenti narrativi durante tutta la proiezione fanno intuire che i protagonisti stiano conferendo ad un interrogatorio, impressione che viene confermata alla fine del film, quando scopriamo che Blu è stata uccisa da Vittoria.

Che cosa succede a ciò che non possiamo dire?

La cornice meravigliosa del film di Gabriele Muccino ci consente di riflettere su un aspetto nodale: dove vanno a finire tutte le cose non dette? In altre parole: cosa succede ai pensieri e alle emozioni che non ci è consentito esprimere o pensare?
Bion, psicoanalista britannico, sostiene che esista un apparato del pensiero che ha la funzione di contenere i pensieri.

Secondo questa prospettiva teorica di impianto causale, quando i pensieri sono troppo angoscianti, o quando l’apparato è troppo fragile (o entrambi), si verifica un crollo: la psicosi.

La possibilità di contenere questi pensieri è data, nelle primissime fasi della vita, dall’interazione con la madre, che ha il compito di elaborare le emozioni e sensazioni grezze che il bambino porta nello scambio e riconsegnargliele elaborate e, quindi, meno angosciose e tollerabili. È un
concetto che verrà ripreso da Winnicott, celebre psicoanalista e pediatra, che parlerà di ambiente di contenimento. Si tratta di un luogo fisico e relazionale in cui il bambino può sperimentare diversi stati del Sé, anche angoscianti, senza disintegrarsi, perché l’ambiente svolge la funzione di “holding”: lo tiene insieme.

La prospettiva contemporanea è, naturalmente, molto meno deterministica. Tuttavia, pur con la consapevolezza della complessa rete di fattori bio-psico-sociali che interagiscono nell’insorgenza di una manifestazione patologica, possiamo riflettere su quello che il film ci offre.

La crescita e la famiglia: quando la differenziazione non si può
pensare

Vittoria cresce in un ambiente opprimente, che un po’ ci ricorda l’aria afosa ed asfissiante della splendida Tangeri. La madre, controllante e ossessiva, le cuce addosso la sua idea di figlia: innocente e per sempre bambina.

Anna cerca disperatamente di mantenere questa immagine,
invadendo lo spazio di autonomia e crescita di cui Vittoria, ormai preadolescente, necessita.
Emblematica, da questo punto di vista, la scena in cui intravediamo una forma di scoperta del proprio corpo e della propria sessualità (tipiche dell’età preadolescenziale) della ragazza nella doccia, mentre la madre, dall’altra stanza, le parla.

Vittoria ha un normale e fisiologico bisogno di crescere e differenziarsi. Questa necessità e questo desiderio di indipendenza, però, non possono essere espressi, e forse neanche pensati: qualsiasi accenno ad un movimento di autonomia genera nella madre un’angoscia incontrollabile.

Questo porta al bisogno di espellere questi pensieri e queste emozioni. Nella psicologia dinamica, il concetto di “acting out” si riferisce proprio ad una difesa psicologica da un sentimento o un pensiero intollerabile, che viene agito. Tra l’emozione e l’azione, quindi, non viene interposto nessun mediatore.
E cosi Vittoria manifesta il suo desiderio di indipendenza e di crescita tramite litigate furiose con i genitori, l’infatuazione per Carlo e, in ultimo, l’omicidio.

Il percorso dell’innocenza: un cerchio che si chiude

L’innocenza sembra essere un tema assolutamente centrale in questo film, a partire dall’evoluzione del personaggio di Vittoria fino al senso più letterale del termine legato all’interrogatorio dei protagonisti, in cui osserviamo un parallelismo brillante tra l’inizio e la fine della pellicola.

A pochissimi minuti dall’inizio della proiezione Vittoria chiede agli adulti seduti al tavolo con lei cosa sia un alibi. La madre urla contro Carlo che cerca di dare una risposta, e la ragazza si infuria per il trattamento da bambina che le viene riservato.

Il film si chiude con Vittoria che mente su quanto accaduto, e Pietro ed Elisa che le forniscono, appunto, un alibi.
Estremamente interessante, a mio parere, un dettaglio: Anna sembra essere l’unica a non sapere cosa sia successo. Forse un estremo tentativo di lasciarle immaginare una figlia innocente, figurativamente e non.

In questo film così complesso e teso, Gabriele Muccino sembra quindi riuscire a portare sullo schermo il percorso di un’emozione che non si può pensare, mostrandoci, almeno in parte, dove finiscono tutte le cose non dette.

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