Ci sei dentro tu. Ci siamo dentro tutti e, apparentemente, non c’è via d’uscita.
Il termine anglosassone echo chambers viaggia da decenni tra la psicologia sociale e la teoria della comunicazione e, pur non avendo un padre riconosciuto, rimane un figlio legittimato dalla maggior parte della comunità accademica mondiale.
Più che vere e proprie “camere”, le echo chambers descrivono un fenomeno per cui ognuno di noi è esposto solo ed esclusivamente a opinioni e informazioni che confermano le proprie convinzioni preesistenti: il cosiddetto bias di conferma.
Da qui nasce l’espressione camere dell’eco: ambienti digitali (e non) in cui le idee non si nutrono di confronto, ma di teste che annuiscono all’unisono, portando a una visione del mondo univoca e a una fortissima polarizzazione.
Questo fenomeno è un figlio riconosciuto della società dei digital media, perché le conseguenze di questa “prigionia” di massa sono palpabili in molte sfumature della nostra vita digitale: da come viene condotto il dibattito politico in televisione, fino all’aggressività con cui si discute di un film o di un concerto sotto un innocuo post su Instagram.
Come funzionano e come riconoscerle
La parola echo chambers suggerisce già il meccanismo di funzionamento che sottende questo ecosistema. Queste camere dell’eco, per poter esistere, si nutrono infatti del nostro bias di conferma: un affascinante e pungente concetto di psicologia e neuromarketing che descrive la tendenza del nostro cervello (e del nostro ego) a voler avere sempre ragione. Sempre.
È così che l’algoritmo che guida le nostre esperienze nel mondo digitale costruisce, poco alla volta, a forza di like, repost e commenti, il nostro ambiente di comfort personale.
In questa stanza compaiono solo i nostri influencer preferiti, i giornali che condividiamo di più e le pagine meme che amiamo. Sembra semplice mercato, ma non lo è.
Che i digital media siano piattaforme e mercati che guadagnano sfruttando il meccanismo della domanda e dell’offerta è indubbio. La piattaforma capisce che ami Lady Gaga o che condividi spesso articoli di Repubblica e, per trattenerti, ti offrirà pop e politica di un certo schieramento.
Tuttavia, nulla di tutto questo è neutro. Non lo è per noi, come individui e consumatori, né per la società digitale in cui viviamo.
Le conseguenze delle echo chambers
Le conseguenze delle camere dell’eco in cui siamo immersi sono molteplici. Dal punto di vista macro, la domanda da porsi è: che tipo di società digitale stiamo diventando?
Una società arrabbiata, inquisitoria e ignorante. Ogni voce fuori dal coro viene zittita e ogni errore umano trascinato davanti al tribunale delle masse. Non a caso, fenomeni come la gogna mediatica, le shitstorm e i vari “-gate” sono tornati a essere vocaboli comuni nel racconto del mondo digitale.
Nelle nostre camere uniformi diventiamo non solo una società polarizzata, ma anche inquisitoria: il pensiero diverso viene sottoposto a un giudizio spietato, in cui la massa, con una sola voce, urla la condanna. Il dibattito civile si trasforma così in una guerra cieca, dove vince chi urla più forte.
Dal punto di vista individuale, invece, la domanda è un’altra: che tipo di persone diventiamo all’interno delle nostre echo chambers?
Il rischio è quello di diventare chiusi, arroganti e soli. In stanze in cui l’unico suono è l’eco delle nostre stesse opinioni, diventa difficile ascoltare altre “musiche” e mettersi davvero in discussione, al di là della mera contrapposizione. Cullarci in quell’eco rischia di bloccarci, di non farci evolvere e, in ultima istanza, di isolarci.
L’impatto di questo fenomeno sull’identità è enorme. Il mondo digitale è la dimensione della quotidianità in cui trascorriamo gran parte del nostro tempo e rimanere confinati nello stesso ambiente durante il processo di costruzione e consolidamento della nostra identità produce conseguenze concrete.
È così che le camere dell’eco superano la dimensione virtuale e diventano reali, contribuendo a costruire una realtà sempre più partigiana e chiusa al confronto: nella politica, nella cultura, nella scienza, ma anche nelle nostre case e nelle nostre scuole.
Come trovare una via d’uscita dalla propria echo chamber
Sebbene le echo chambers siano un fenomeno intrinseco al mondo dei digital media, legato alle logiche consumistiche e alle affordances delle piattaforme social, possiamo sfidarle e, forse, persino uscirne.
Non è semplice contrastare un meccanismo che fa leva sulle scorciatoie del nostro cervello: avere ragione produce una scarica di dopamina a cui è difficile rinunciare. Tuttavia, ecco alcuni suggerimenti per provare a sfondare le porte delle nostre stanze dell’eco:
Chiediti sempre “perché?”, con l’ossessione di un bambino di sei anni.
Guarda anche dall’altra parte: l’idea diversa fa crescere, anche quando sembra indebolirti.
Allenati ad ascoltare prima di giudicare.
Educati alla lettura critica dei contenuti digitali (come si legge un’immagine? Come si distingue un titolo accattivante da uno fuorviante?).
Confrontati prima di scontrarti.
Coltiva empatia e accettazione del pensiero diverso.
Ricordati che siamo umani.
In ultima istanza, per quanto il meccanismo sia strutturale, siamo noi a costruire la società digitale dei nostri social media. Vale la pena non dimenticarlo. Se ti senti rinchiuso nella tua stanza, con un po’ di fatica, basta aprire la porta e lasciare fuggire l’eco delle tue convinzioni.