29 Settembre 2026

Non sappiamo più perdere tempo

Settembre ha sempre qualcosa di particolare.

Non è l’inizio dell’anno, almeno secondo il calendario, eppure per molti di noi lo è molto più di gennaio.

Finisce l’estate, ricominciano le scuole, riprendono università, lavoro, progetti e impegni. Riapriamo le agende e torniamo a riempire le giornate di appuntamenti, scadenze e obiettivi.

Bisogna ripartire. Bisogna fare. Bisogna recuperare il tempo perduto.
Ed è proprio su queste ultime parole che vorrei fermarmi.
Siamo davvero sicuri che tutto il tempo nel quale non produciamo qualcosa sia tempo perso?

Viviamo in una società che sembra aver dichiarato guerra alle pause. Dobbiamo essere produttivi, efficienti, veloci. Dobbiamo sapere cosa vogliamo e possibilmente saperlo subito.

E questa pressione è arrivata inevitabilmente anche ai più giovani.

A sedici, diciotto, vent’anni chiediamo loro continuamente: quale università sceglierai? Che lavoro vorrai fare? Dove ti vedi tra cinque anni?
Domande legittime. Ma forse dovremmo farcene anche un’altra:
perché pretendiamo che un ragazzo sappia già dove vuole arrivare quando sta ancora cercando di capire chi è?

Abbiamo costruito una società nella quale persino il tempo libero deve avere uno scopo. Si studia una lingua perché servirà nel lavoro, si fa un’esperienza perché arricchirà il curriculum, si pratica uno sport per raggiungere un risultato. Persino una passione sembra dover necessariamente trasformarsi in un’opportunità.
Tutto deve servire a qualcosa.

E allora mi domando: quando abbiamo smesso di fare qualcosa semplicemente perché ci piaceva farla?
Naturalmente non si tratta di celebrare l’immobilismo. Credo profondamente nel valore del lavoro, dell’impegno e della responsabilità.
Ma costruire il proprio futuro non significa necessariamente correre.

Fermarsi non significa arrendersi.

C’è un tempo per fare e un tempo per capire. Un tempo per decidere e un tempo per avere dubbi. Un tempo per andare avanti e persino un tempo per tornare indietro.
E c’è anche il tempo dell’errore.
Scegliere una facoltà e capire che non è quella giusta. Iniziare un lavoro e scoprire che non ci appartiene. Inseguire un sogno e rendersi conto che, nel frattempo, è cambiato.
Diciamo: hai perso un anno, due anni, cinque anni.
Ma siamo davvero sicuri?

Forse abbiamo imparato qualcosa. Forse abbiamo capito cosa non vogliamo. Forse quella strada apparentemente sbagliata era necessaria proprio per trovare quella giusta.
Noi adulti abbiamo allora una responsabilità: insegnare ai giovani il valore dell’impegno senza trasferire loro le nostre ansie.

Perché spesso chiediamo loro di correre non perché sappiano dove andare, ma perché noi abbiamo paura che rimangano indietro.
Indietro rispetto a chi?
Viviamo nell’epoca del confronto permanente. Attraverso uno schermo vediamo continuamente qualcuno che sembra essere arrivato prima di noi: chi a vent’anni viaggia per il mondo, chi a ventidue si laurea, chi a venticinque ha già raggiunto il successo.

Così nasce una delle sensazioni più pericolose del nostro tempo: sentirsi in ritardo.
Ma la vita non è una gara.
Non esiste un’età universale per trovare la propria strada e non esiste un calendario uguale per tutti.
Vale per i ragazzi e vale anche per noi adulti. A quaranta, cinquanta o sessant’anni si può cambiare, ricominciare, fallire un progetto e costruirne un altro.
Non è necessariamente tempo perduto.
È tempo vissuto.

LetteRealmente nasce anche per questo: essere un luogo nel quale generazioni diverse possano incontrarsi, raccontarsi e confrontarsi. E se vogliamo davvero lasciare spazio ai giovani dobbiamo concedere loro qualcosa di più difficile dello spazio su una pagina:
il diritto di cercare.
Il diritto di cambiare idea.
Il diritto di sbagliare.
E qualche volta persino il diritto di perdere tempo.

Forse il compito di noi adulti non è consegnare ai giovani una strada già tracciata indicando loro quanto velocemente percorrerla.
È camminare per un tratto accanto a loro, raccontare quello che abbiamo imparato e poi avere il coraggio di lasciarli scegliere.
Anche quando sbaglieranno.
Anche quando prenderanno una strada diversa dalla nostra.
Anche quando avremo l’impressione che stiano perdendo tempo.
Perché alcune delle cose più importanti della vita richiedono proprio questo: tempo.

E allora, in questo settembre nel quale tutti torniamo a correre, proviamo ogni tanto a fermarci e a farci una domanda diversa.
Non quanto tempo abbiamo perso.
Ma quanto del nostro tempo abbiamo veramente vissuto.
Federico Valente
Editore di LetteRealmente

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