16 Marzo 2026

Lo spirito olimpico, la letteratura e il bisogno di pace

Alla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali, tenutasi lo scorso 6 febbraio, ha destato una certa attenzione la performance del rapper Ghali, attesa non senza qualche polemica anche in virtù della portata politica di alcune sue precedenti esibizioni, come quella al Festival di Sanremo del 2024, in cui aveva lanciato un forte messaggio a sostegno della popolazione di Gaza.

In occasione dell’inaugurazione dell’Olimpiade, Ghali ha scelto di recitare in italiano, inglese e francese, il testo di Promemoria, una poesia dello scrittore piemontese Gianni Rodari (1920-1980), celebre autore di letteratura per l’infanzia e l’adolescenza. I versi, nella loro scarna semplicità, contengono un chiaro messaggio pacifista; l’autore distingue tra «cose da fare ogni giorno», «cose da fare di notte» e «cose da non fare mai», come la guerra.
È una poesia indirizzata ai bambini, ma il suo messaggio non è affatto infantile.
Rivolgendosi alle giovani generazioni, a coloro che erediteranno il mondo pieno di conflitti e avidità lasciato dagli adulti, la poesia di Rodari lancia un messaggio di profonda rottura con il presente: lungi dal contenere un paternalistico diktat a sfondo educativo, i versi dell’autore invitano i giovani lettori, qui come in molti altri suoi componimenti, a immaginare un mondo diverso da quello in cui fatalmente cresceranno, a ribellarsi alla
visione dominante, in cui si predica la pace ma si fa la guerra.

Nella società latamente gerontocratica – e sempre più vecchia – in cui viviamo, dominata da quel cinismo che spesso cresce progressivamente con il passare degli anni, le parole di Rodari recitate da Ghali possono sembrarci quanto meno naif, comparabili ai ben noti desideri espressi dalle aspiranti Miss («vorrei la pace nel mondo!») nel tentativo di accattivarsi l’approvazione di pubblico e giuria.

La nostra freddezza, l’indifferenza di cui siamo affetti ci impedisce di cogliere il tragico insito nella diffusione incontrollata di guerre e di minacce di guerre, oggi, anche molto vicine, probabilmente non permette di cogliere la natura profondamente eversiva dell’esibizione citata, magari inducendo a vedere in Ghali uno dei tanti artisti che cerca di avere visibilità attraverso messaggi politici, sfruttando il palcoscenico per portare avanti battaglie ideologiche che fanno bene più che altro ai profili social. Ma non è così.

Al contrario, l’esibizione di Ghali è stato un momento importante della manifestazione olimpica per molteplici ragioni.

Innanzitutto, ha dato coerentemente voce – una volta tanto – ai giovani e al loro desiderio di pace nel mondo bellicoso degli adulti: il rapper poco più che trentenne, mentre recitava quei versi di una poesia per bambini era accompagnato da un corpo di ballerini tutti under venti; non è ininfluente che da quel contesto esca un forte proclama contro la guerra, mentre gli attempati leader delle grandi potenze della terra dispongono senza alcun patema di quei giovani mandandoli a morire o per lo meno minacciando di farlo qualora i propri desideri o le proprie aspettative non vengano realizzate.

In secondo luogo, la performance ha intercettato un valore chiave dello sport, e in specie delle Olimpiadi, che sono state sempre veicolo di pace. Nell’antica Grecia la ekecheiria, la tregua olimpica, imponeva la sospensione delle guerre per una settimana prima e una dopo i Giochi, per consentire agli atleti di raggiungere Olimpia in sicurezza.

Non era un’utopia, ma una prassi riconosciuta, rilanciata anche in tempi moderni: nel 1994, ad esempio, durante le Olimpiadi invernali, l’assedio di Sarajevo conobbe una temporanea interruzione.

Lo sport, del resto, è una trasfigurazione pacifica della guerra: è competizione senza uccisione, è rivalità sublimata in allenamento e perizia tecnica. È la parte sana del conflitto umano messa in scena secondo regole condivise, dove al termine della sfida la rivalità si scioglie in una stretta di mano, e le cronache di questa Olimpiade invernale hanno offerto
numerosi esempi positivi in questo senso: avversari che si difendono a vicenda – nel pattinaggio penso ad Amber Glenn, che fa da scudo alla giapponese Kaori Sakamoto, in lacrime dopo aver perso l’oro, e scrutata con insistenza dai fotografi – , strette di mano che testimoniano il rispetto reciproco – come quella del favoritissimo Ilia Manin, che si congratula con il vincitore Mikhail Shaidorov, dopo aver perso l’oro a causa di uno
scivolone.

È in quel gesto finale che si cancella la cultura dell’odio che prepara la guerra: lo scontro si consuma, ma non lascia macerie morali.
Infine, l’esibizione di Ghali è importante perché, per lanciare un inequivocabile messaggio contro la guerra, usa la poesia.

In effetti, rispetto a un documentario, a un reportage, a un’inchiesta, a un appassionato discorso politico, un’opera letteraria possiede una
caratteristica unica e distintiva: non si limita a denunciare le atrocità di un conflitto, ma ci spinge a empatizzare, a cambiare punto di vista, a entrare nella mente dell’altro.

Già nei Persiani di Eschilo la tragedia raccontava la sconfitta dal lato dei vinti, dando la parola, di fronte a un pubblico greco, allo storico nemico. Nella Gerusalemme liberata di Torquato Tasso gli avversari cristiani e musulmani sono ritratti con pari dignità tragica, pur essendo
la lettura destinata esclusivamente al pubblico occidentale.

In una società, come la nostra, incline a dipingere il mondo in bianco e nero, a separare nettamente buoni e cattivi su base di pura appartenenza ideologica – o più spesso, e più tristemente, partitica – , la letteratura costruisce ponti invece di innalzare confini, introduce sfumature dove il discorso pubblico tende a semplificare.
Ecco allora che la scelta di Rodari appare tutt’altro che ornamentale.

In pochi versi, destinati ai bambini ma rivolti agli adulti, si afferma un principio non negoziabile: la guerra è tra le cose “da non fare mai”.

In un tempo in cui il lessico bellico ritorna con disinvoltura nel dibattito politico e mediatico, quell’imperativo suona necessario. L’impressione è che, se la lettura tornasse a essere un gesto imprescindibile della nostra vita quotidiana, se la frequentazione con i libri ci abituasse all’ascolto dell’altro e a cogliere la complessità del reale in cui viviamo, forse penseremmo meno spesso alla guerra come soluzione.
La poesia di Rodari, portata sul palco olimpico da Ghali, non ha violato la neutralità dello sport: ne ha ricordato la vocazione più profonda. Perché se l’Olimpiade è competizione che unisce i popoli, allora la sua cerimonia inaugurale può – e forse deve – essere anche un atto di memoria.

Un promemoria, appunto, di ciò che non dovremmo fare mai.

*Photo credits: www.olympics.com

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