Un racconto sulla Maturità tra vita di redazione, cambiamenti delle prove e ricordi personali che restano più dei voti.
Maturità: si va in scena
A maggio la Maturità smette di essere un argomento e diventa una presenza. Si avvicina abbastanza da non poter più essere trattata con leggerezza e, proprio per questo, la si nomina il meno possibile.
In redazione lo si è capito subito. Quando il tema è stato proposto, non è successo nulla. Nessuna discussione, nessuna proposta, nessuna obiezione. Solo un silenzio compatto, quasi fisico, come se la parola Maturità avesse occupato la stanza prima ancora di essere commentata. Non era mancanza di idee: era che, a maggio, quell’esame non si racconta più. Si avvicina troppo.
In un giornale in cui scrivono giovani, la Maturità è uno di quegli argomenti che dovrebbero assegnarsi da soli, per semplice coerenza di sguardo. Le redattrici che avrebbero dovuto occuparsene si trovano però nel punto meno favorevole per scriverne: non abbastanza lontane da poterla raccontare con distacco, non abbastanza immerse da poterla maneggiare con naturalezza. Sono proprio in quella zona intermedia in cui raccontare ciò che si ha davanti non aiuta a chiarirlo, ma lo rende solo più ingombrante.
A quel punto ho deciso di occuparmene io, forte di una distanza che mi permette di non inseguire più le versioni ufficiali dell’esame e di riconoscerne invece la struttura.
Da oltre trent’anni la Maturità viene raccontata come in continua trasformazione, attraverso riforme, aggiornamenti e ridefinizioni lessicali che ogni volta promettono una svolta, salvo poi restituire, al momento decisivo, una scena sorprendentemente identica a se stessa.
Nel tempo sono cambiati i dettagli, talvolta anche in modo vistoso: crediti e debiti, tesine prima centrali e poi progressivamente scomparse, commissioni interne, esterne o miste, esperimenti come le buste del colloquio e, più di recente, l’E-Portfolio ed il “Capolavoro”, che si presenta con un nome così impegnativo da evocare più facilmente Michelangelo che uno studente diciottenne. Ma al di là di queste variazioni il meccanismo resta invariato: continua a comprimere cinque anni di percorso in una prova finale tradotta in un numero, affidando a quel numero il compito ambizioso di rappresentare una complessità che, per sua natura, difficilmente si lascia ridurre senza perdita.
Se ai miei tempi la preoccupazione principale era quella di trovarsi impreparati davanti alla commissione o, più banalmente, senza il vocabolario giusto, oggi alle stesse ansie si aggiungono quelle legate agli strumenti tecnici: file che non si aprono, piattaforme che non rispondono, procedure che trasformano l’esame in un equilibrio non sempre stabile tra prova scolastica e verifica operativa, senza che questo modifichi davvero la sostanza dell’esperienza.
C’è però un elemento che nessuna riforma è mai riuscita a scalfire, ed è la notte prima degli esami, che continua a ripetersi uguale da sempre: con lo studio che si prolunga oltre misura, il sonno che si riduce al minimo e quella fiducia improvvisa, e spesso irrazionale, nella possibilità di recuperare tutto nel giro di poche ore.
Per capire che cosa resti davvero di quel momento, ho chiesto al gruppo WhatsApp della mia leva di fare un “piccolo” salto indietro nel tempo e di scrivere ciò che ricordavano della loro Maturità. Le risposte, arrivate senza alcuna costruzione, hanno avuto proprio per questo una precisione particolare.
Qualcuno ha dichiarato semplicemente di non ricordare nulla. Un’altra ha scritto di ricordare di aver iniziato a bere tanto caffè — diciassette, forse diciotto in due giorni — pur di non perdere nemmeno un minuto, di aver pianto tantissimo dopo l’orale e di essere entrata alla prima prova con i capelli lunghi per uscirne, alla fine, con i capelli corti. Un’altra ancora ricordava vagamente che la professoressa di italiano era preoccupata perché il commissario esterno amava Dante e lei invece lo odiava.
Persino il nostro Direttore ha confessato di trovarsi ancora, ogni tanto, davanti a quella commissione. Succede nei sogni, a distanza di decenni, ma garantisce che accade solo quando la cena è stata decisamente troppo pesante. Segno che l’esame, una volta superato, smette di essere un incubo ministeriale per trasformarsi, al massimo, in una questione digestiva.
Di quei giorni, in fondo, non ci è rimasto molto altro: né i voti, né le tracce, né gli errori. E forse è proprio questa la notizia migliore, perché suggerisce che la Maturità, più che un traguardo definitivo, sia un momento intenso ma destinato a ridimensionarsi fino a diventare un rumore di fondo nella memoria.
Per questo motivo, a chi si prepara ad affrontarla, vale la pena dire non tanto di inseguire la perfezione di un numero, quanto piuttosto di attraversare questi giorni restando il più possibile fedeli a sé stessi. Sapendo che, a distanza di anni, ciò che resterà non sarà l’esame in sé, ma la percezione di quanto si fosse vivi in quel preciso momento e, forse, la sensazione di essere pronti a cambiare tutto. Anche il taglio di capelli.