Tra i 18 e i 25 anni per molti ragazzi e ragazze la vita diventa un posto strano in cui esistere. Non si è più giovani, ma non si è ancora sufficientemente adulti, e anche quando si potrebbe essere pronti a diventarlo, il mondo non lo consente.
I prezzi degli affitti sono troppo alti, i titoli di studio necessari per rispondere alle richieste dei datori di lavoro sempre di più. La pressione alla realizzazione personale è diventato l’obiettivo di quella che alcune correnti teoriche della psicologia definiscono una “società narcisistica” (M. Lancini, F. Madeddu, Giovane adulto. La terza nascita, 2014): una società in cui la promessa di poter fare e diventare tutto diventa una gabbia, un labirinto in cui ci si sente obbligati a fare e diventare tutto.
È il sogno americano, che arriva da lontano. Possiamo chiamarlo individualismo, capitalismo, crisi economica, saturazione del mercato del lavoro e di quello immobiliare. Il punto resta sempre lo stesso: appena usciti dall’adolescenza, i nuovi adulti riescono, sempre con più fatica, a diventare adulti.
Cos’è un compito evolutivo?
L’adolescenza è una corsa a ostacoli. Ci sono obiettivi da raggiungere e piccoli massi da aggirare, poi fossi da saltare, dopo ancora muri da scalare che compaiono mentre cerchiamo di arrivare alla fine.
Esiste una prospettiva psicologica e psicoterapeutica, quella evolutiva, che formula l’ipotesi dell’esistenza di compiti evolutivi specifici per ogni fase della vita, ovvero cose che devono accadere perché quella tappa venga superata con successo e si possa passare a quella successiva.
In questo caso, ad esempio, un adolescente dovrebbe essere in grado di creare una rete sociale al di fuori della famiglia soddisfacente e forte, e incarnare un ruolo sociale. Potrebbe non riuscirci: potrebbe essere una persona estremamente introversa e timida e incontrare nei compagni di classe una risposta fredda o magari ostile.
Se non ci riuscisse, potrebbe fare molta fatica a uscire dalla fase dell’adolescente e nascere come adulto (o giovane adulto).
C’è un obiettivo, un ostacolo e un possibile esito negativo: un blocco evolutivo.
Se questa persona trovasse un amico, che magari lo introducesse ad altre persone gentili e accoglienti, nonostante l’intensa timidezza, potrebbe riuscire a stringere dei legami sociali buoni. In questo caso, l’esito potrebbe essere positivo.
Dico “potrebbe” perché non esiste un unico compito evolutivo per ogni fase della vita: prospettive diverse ne propongono di differenti, e ciascuna può esprimere — con linguaggi diversi — una parte di verità comune.
Quello che tuttavia appare interessante è il fatto che diversi psicologi hanno osservato che superare i compiti evolutivi fase-specifici dell’adolescenza non sembra essere sufficiente per diventare adulti.
In passato esistevano dei riti che sancivano l’ingresso dei più giovani nell’adultità. Cerimonie e celebrazioni di gruppo, o semplici passaggi di testimone a livello lavorativo tra un padre o un figlio. Forme diverse, ma stessa sostanza: il confine era netto ed era stato superato. Si era un uomo, o una donna, adulti.
I riti, adesso, non esistono quasi più, ed è diventato sempre più acuto il bisogno di esplorare la propria identità, il proprio mondo interno e di ambientarsi, acclimatarsi nel mondo esterno prima di poter diventare adulti, in un’esperienza squisitamente individuale.
Uscire dal labirinto
Diversi teorici possono essere considerati precursori del concetto coniato da Arnett di Adultità Emergente.
Si tratta di una fase che si colloca tra i 18 e i 25 anni e che si caratterizza per l’esplorazione identitaria e la sensazione di essere in bilico tra due mondi e tra tante (forse troppe) scelte.
Ci si trova effettivamente dentro un labirinto, in cui ci si è inoltrati ben prima, durante l’adolescenza. Gli ostacoli sono stati superati e abbiamo, finalmente, trovato l’uscita. Solo che l’uscita non è un’uscita: sono tante uscite, centinaia, migliaia.
Dall’altra parte, amici, parenti, partner ci dicono che possiamo prenderle tutte. E c’è un problema: alcune strade ci fanno ricomparire in mezzo al labirinto.
Come scegliere?
È il grande paradosso della società in cui viviamo, e in cui i giovani adulti si trovano a cercare di nascere come adulti. L’eccessiva possibilità di scegliere, insieme alla promessa di un futuro grandioso e onnipotente, possono bloccare e immobilizzare. Potremmo non riuscire mai ad uscire dal labirinto perché ogni scelta è giusta e sbagliata insieme, e perché potrebbe non essere così magnifica come ce l’hanno raccontata. Potrebbe essere semplicemente un’uscita.
Un periodo di apprendistato
Anche la giovane adultità ha dei compiti evolutivi specifici. Hanno principalmente a che vedere con la nascita nel mondo del lavoro, la costruzione di una vita sentimentale soddisfacente e generativa (anche quando non strettamente legata alla crescita dei figli) e alla differenziazione dai genitori e dalla famiglia d’origine.
Come si può immaginare, sono tutti temi strettamente legati al contesto sociale, economico e politico.
Prendiamo un esempio. Il percorso di differenziazione psicologico dai propri genitori potrebbe essere effettivamente molto avviato: una persona potrebbe aver perdonato gli errori reali dei propri genitori, potrebbe essere riuscito a parificare la relazione, parlando da adulto ad adulto, ed essere pronto a staccarsi dalla famiglia d’origine e costituire un proprio nucleo familiare.
Ma non è possibile farlo perché si è ancora economicamente vincolati alla famiglia d’origine: lo stipendio è troppo basso per poter sostenere la spesa di un affitto e non esistono sufficienti sussidi e agevolazioni.
Esistono delle contingenze sociali in questo momento storico molto marcate per cui adempiere ai compiti evolutivi della giovane adultità diventa molto difficile. Ed è il motivo per cui la giovane adultità è un periodo necessario.
È un’idea comune che i giovani, nel nostro tempo sociale, siano pigri, sfaticati, irresponsabili. È molto importante che questa opinione possa essere rivista e messa in discussione.
Il rischio di stigmatizzare una fase della vita così delicata e ostacolata è molto alto, e non farebbe altro che rendere più difficile il passaggio dalla giovane adultità all’età adulta.
I contesti cambiano, e così cambiano le persone che li abitano. L’adultità emergente non è sempre esistita, e non esiste ovunque.
È un fenomeno psicologico e sociale che nasce in un luogo e in un tempo, perché quel luogo e quel tempo rendono necessari una fase di “apprendistato”: un momento in cui imparare, nell’incertezza di una scelta che può essere sbagliata e può riportare al centro di un intricato percorso, a prendere un’uscita, e attraversarla.
Un periodo di tempo in cui, usciti dall’adolescenza, i giovani adulti possano imparare ad essere adulti, rispondendo, nel loro modo unico e personale, alle richieste e alle domande che la società, la famiglia, il tempo e la propria identità gli pongono, con urgenza, davanti.